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giovedì 3 gennaio 2013

Economia sociale di mercato: una prospettiva per l'oggi

Vorrei riproporre un mio articolo del 2010 scritto per L'Occidentale che ancora oggi presenta la sua attualità in tema di economia sociale di mercato. Una visione che permette di offrire spazi alla libera concorrenza e all'iniziativa privata entro una cornice di valori e prospettive che salvaguardano la persona e la collettività, li difendono dall'eccessiva rincorsa alla liberalizzazione economica e della propietà privata, in una lotta per il profitto a tutti i costi e allo smantellamento del welfare.
"Nessuno viene obbligato ad essere felice, ma ognuno deve avere l’opportunità di realizzare la felicità della propria vita attraverso il rendimento e lo sforzo. In ciò consiste la promessa del’economia sociale di mercato. È una prospettiva attuale anche per l’Italia? Il fatto che la Germania, patria di questa visione economica, sia tornata ad essere la locomotiva economica del vecchio continente, la prima nazione a dare segnali forti di ripresa, il paese europeo a trainare l’esportazione, può essere un valido motivo per interrogarsi sulla sua fattibilità nel nostro contesto? Se lo sono chiesto nei giorni scorsi i relatori invitati presso l’istituto don Sturzo per un dibattito organizzato dalla fondazione K. Adenauer, a Roma.
L’uomo di oggi, dopo la crisi finanziaria ed economica che sta ancora scuotendo le fondamenta del nostro ordine economico, portando innanzi ai nostri occhi il risultato di un’avidità sfacciata e dello scollegamento tra profitto e rischio, il convegno dal tema “C’è ancora lavoro in Europa”, ha voluto mettere al centro dell’economia la dignità dell’uomo. La visione cristiana esige che la politica economica si adegui all’uomo e non viceversa. Perciò occorre un ordine economico che tuteli le basi di un’economia liberale – libertà contrattuale, proprietà privata, concorrenza e certezza del diritto – rendendo impossibile, attraverso la regolamentazione, l’uso eccessivo della libertà da parte di alcuni.
L’economia occidentale sembra stentare ad uscire dalla crisi che ci attanaglia ormai da oltre due anni. Economisti, politici e imprenditori alternano annunci positivi ad affermazioni più pessimistiche e prudenti. E anche l’attenzione all’etica in economia sta passando in secondo piano. Appena scoppiata la crisi, tutti ad invocare norme e leggi per impedire di nuovo la catastrofe partita dall’America e velocemente propagatasi nelle diverse economie occidentali. Ora sembra tutto sia ritornato ad un “lasciamo correre, vediamo se la crisi passa, anche senza regole etiche”.
Quante volte abbiamo sentito dire che il “mercato da solo non basta”, che occorre trovare un equilibrio tra “mercato e ragioni sociali”. Ma non si sono visti particolari impegni e risultati, forse perché troppi interessi di parte vengono toccati.
L’economia sociale di mercato, che non va confusa con l’economia del mercato sociale, riporta la dignità della persona al centro del processo economico, stimola l’efficienza della concorrenza in quanto permette all’operatore pubblico di inserirsi nel gioco delle parti stabilendo le regole per una concorrenza libera, rispettosa di tutti i soggetti che operano nel mercato, affinché non ci siano distorsione né imparzialità. Secondo questa visione una maggiore concorrenza porta maggiore produttività e quindi la necessità sociale di maggior distribuzione. Se in Germania l’economia sociale di mercato ha portato grandi risultati nella società e nel sistema produttivo, in Italia la sua declinazione esige ancora molto tempo e riflessione.
L’esperienza di questa crisi “dovrebbe portarci a ricostruire un nuovo umanesimo del mercato del lavoro”. Nel nostro paese un’economia sociale comporterebbe scelte strategiche che avrebbero conseguenze non facili da gestire ed accogliere. Il debito pubblico è stato giustamente tenuto sotto controllo dal ministro Tremonti, e questo ci sta evitando i disastri che, Grecia prima, Irlanda adesso e forse Portogallo e Spagna in futuro, stanno vivendo. Ma occorre continuare nella lotta all’evasione fiscale per recuperare non solo il denaro ma anche, e soprattutto, una culture della legalità e della responsabilità civile, che renderebbero più “sociale” la nostra economia e società. Irrobustire i servizi sociali, combattendo inefficienze e sperperi, attraverso il principio della sussidiarietà è sempre una priorità del nostro sistema.
Secondo alcuni esperti, l’Italia sta vivendo un fenomeno abbastanza inusuale per la storia dell’economia moderna: una crescita senza occupazione. Occorre, secondo la prospettiva dell’economia sociale, rafforzare la flessibilità del mercato del lavoro con un’altrettanto forte tutela sociale. Occorre ridurre il distacco tra il mercato del lavoro e l’istruzione, la scuola, come sta cercando di fare il ministro Gelmini e la sua riforma dell’Università. Occorre, infine, alzare i salari per far ripartire i consumi e affermare, nella concretezza, la dignità della persona e del suo lavoro, il cui valore si misura anche nel salario, che per questo non deve scendere sotto il minimo della sopravivenza sociale. L’economia sociale di mercato può essere un contributo in più per l’Italia nell’affrontare con serietà e lungimiranza il nostro sistema produttivo e sociale."

giovedì 16 febbraio 2012

Mario Monti ottiene l'appoggio di Obama

Mario Monti è tornato ancora più forte dopo il suo viaggio negli Stati Uniti. Ha incassato un fondamentale appoggio per la sua azione politica in Italia dal Presidente  Barack Obama e da tanti altri esponenti della finanza e dell’economia americana.  Ci teneva ad avere il sostegno della nazione più potente del mondo e del centro economico-finanziario del globo. Monti sta lottando con tenacia e abilità a far recuperare all’Italia la credibilità perduta in questi ultimi anni. non è certo colpa solo di Berlusconi, ma di decenni di inutile spesa pubblica, di sprechi dello Stato, di lentezza burocratica, di ingerenza dello stato nel mercato che hanno progressivamente appesantito il debito pubblico e rallentato la crescita economica. Ora non solo l’Italia ha un valido leader ma anche l’Europa, come ha indicato e auspicato la copertina del Time, http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2106512,00.html . La sua fama e il suo prestigio sono stati riconosciuti dallo stesso presidente Barack Obama alla Casa Bianca http://topics.nytimes.com/top/news/international/countriesandterritories/italy/index.html ma anche degli uffici di Wall Street http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203315804577209341047730830.html .
In pochi mesi, circa tre, ha saputo dare una sferzata alla vita politica, economica e sociale del nostro paese. L’azione del suo governo, maturata con il corale consenso degli altri ministri che hanno lavorato con organicità e sinergia, sta cambiando l’Italia. Gli italiani si stanno abituando a fatica ad avere un governo che decide in tempi brevi e con assoluta competenza le azioni da realizzare. È vero che è un governo tecnico, nel senso che no è stato votato dai cittadini, ma è stato chiamato proprio per sistemare la drammatica e grave situazione economica e politica del paese. Le liti e i veti incrociati delle lobby hanno bloccato l’Italia.
La speculazione finanziaria ha puntato su di noi fin da questa estate aumentando progressivamente gli attacchi fino a portare al 7% gli interessi sui btp decennali e lo spread su quello tedesco oltre i 500 punti, una soglia fortemente critica vicina al default nazionale. Già l’ambasciatore americano David Thorne aveva speso parole di elogio per «l'azione del Governo Monti, che in pochi mesi ha messo in atto misure importanti per riportare i conti pubblici sotto controllo» e si è augurato che in tutta l'Europa «si creino le premesse per la crescita, perché l'austerity da sola non basta». http://24o.it/12agE1.
L’Italia ha una grande storia e una grande responsabilità nel portare avanti con fermezza l’ambizioso progetto dell’Unione Europea. La storia non è ancora compiuta perché, come disse Cavour nel 1870, “dopo aver fatto l’Italia occorre fare gli italiani”. Qualcosa di serio sta avvenendo. Ci sono segnali di una atteggiamento di verso la corruzione, la necessità civica di pagare le tasse, di cercare il merito nella carriera lavorativa e competenza nella professione.

lunedì 12 dicembre 2011

Indice di corruzione: Italia pessima posizione (69°)

La corruzione continua ad affliggere troppi paesi nel mondo, secondo l' Index di Transparency International Corruption Perceptions 2011, pubblicato recentemente. Esso mostra che alcuni governi non riuscono a proteggere i cittadini dalla corruzione, dall'abuso delle risorse pubbliche, dalla reticenza decisionale.Transparency International ha avvertito che le proteste in tutto il mondo, spesso alimentate dacorruzione e instabilità economica, mostrano chiaramente che i cittadini sentono i loro leader ele istituzioni non sono né trasparenti né abbastanza responsabili."Quest'anno abbiamo visto la corruzione sui banner dei manifestanti sia dei paesi ricchi o poveri. Mentre
 l'Europa  è colpita dalla crisi del debito e il mondo arabo ha iniziato una nuova era politica, i leader devono ascoltare le richieste di un migliore governo ", ha detto Huguette Labelle, presidente di Transparency Internazionali.La percezione della corruzione Index 2011: I risultatiL'indice dei punteggi  di 183 paesi e territori da 0 (molto corrotto) a 10 (molto pulito) inbase ai livelli di percezione della corruzione nel settore pubblico. Esso utilizza i dati provenienti da 17 studi che guardano fattori come l'applicazione delle leggi anti-corruzione, l'accesso alle informazioni e i conflitti di interesse.Due terzi dei paesi classificati hanno un punteggio inferiore a 5.Nuova Zelanda è al primo posto, seguita da Finlandia e Danimarca. Somalia e Corea del Nord(Incluse nell'indice per la prima volta), sono gli ultimi.

Italia, al 69 posto, non brilla per trasparenza. troppo poco è stato fatto e tano c'è ancora da fare. L’Italia ottiene anche quest’anno una valutazione molto negativa, identica a quella dell’anno passato, di 3,9 su 10 collocandosi al 69° posto su 183 e al quartultimo posto in Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria.
“In questo periodo più che mai - dichiara la presidente di Transparency International Italia (TI-It), Maria Teresa Brassiolo – è necessario che tutte le forze politiche, le Istituzioni, il mondo imprenditoriale e la società civile si uniscano e lavorino insieme per raggiungere un obiettivo preciso: abbattere il livello di corruzione nel nostro Paese, diminuendo così i costi pubblici e quindi il debito, liberando allo stesso tempo risorse essenziali per quell’economia virtuosa che investe e crea lavoro certo e dignitoso. Un concreto ed efficace contrasto alla corruzione deve essere inserito come priorità assoluta per lo sviluppo”.
"Il 2011 ha visto il movimento di una maggiore trasparenza assumere uno slancio irresistibile, comecittadini di tutto il mondo una domanda di responsabilità da parte dei loro governi. L'alto punteggio di alcuni
 paesi dimostra che gli sforzi compiuti nel corso del tempo per migliorare la trasparenza può, se sostenuto, avere successo e beneficio per la gente ", ha detto Transparency International Managing Director,Cobus de Swardt.La maggior parte dei paesi arabi, nonostante la Primavera araba, hanno il rango nella metà inferiore dell'indice, punteggio inferiore a 4. Prima della primavera araba, un rapporto di Transparency International sulla regione aveva avvertito che nepotismo, corruzione e clientelismo erano così profondamente radicati nella vita quotidiana che anche le recenti leggi anti-corruzione ha avuto poco impatto.Paesi della zona euro che soffrono la crisi del debito, in parte a causa del fallimento delle autorità pubbliche ad affrontare la corruzione e l'evasione fiscale che sono importanti fattori di crisi del debito, hanno tra ipiù basso punteggio paesi dell'UE.Transparency International è l'organizzazione mondiale della società civile che porta la lotta contro la corruzionePer le tabelle completa graduatoria e regionale, visitare il sito: www.transparency.org / cpi

English version

sabato 1 ottobre 2011

Lo Zambia alla Cina: rispettate le nostre leggi

Rispettate le nostre leggi, non possiamo permettere lo sfruttamento dei nostri lavoratori zambiani”. Sono dure le prime parole di Michael Sata, nuovo presidente dello Zambia, all’ambasciatore della Cina. Espressioni che avevano già contrassegnato la sua campagna elettorale a difesa dei lavoratori locali e molto critica con le multinazionali, in particolar modo quelle cinesi, che hanno fatto dello Zambia, ricchissimo paese di risorse minerarie, una ‘terra di conquista e sfruttamento’. Leader del maggiore partito dell’opposizione, il Fronte Patriottico (FP), Sata ha vinto con il 43% dei voti le recenti elezioni democratiche multipartitiche svoltesi lo scorso 20 settembre. Soprannominato “il re cobra’, questo 74enne ha ottenuto la vittoria dopo aver perso le precedente due tornate elettorali del 2001 e 2006, presentandosi come la voce dei poveri e degli sfruttati, soprattutto delle città e dei giovani. Sata ha costruito la sua immagine di uomo politico carismatico attraverso alcune iniziative politiche attuate durante i suoi precedenti incarichi a livello locale nel settore della sanità, igiene e dell’educazione, come quando introdusse una legge contro “chi urina, defeca e sporca nei luoghi pubblici” o come quando si presentava improvvisamente negli ospedali e rimproverava o sanzionava pubblicamente e duramente gli “impiegati pigri e improduttivi”. Sata, che ha costruito in pochi anni un vasto partito politico attraversando in lungo e in largo le campagne dello Zambia, saputo vincere contro il potente Rupiah Banda, del partito del Movimento per una Democrazie Multipartitica (MDM), rimasto al potere per 20 anni, che aveva fatto della crescita economica un vanto personale. La fase pre-elettorale è stata caratterizzata da forti tensioni e violenze, come spesso accade nei paesi africani, dove le diverse appartenenze etniche e tribali, segnano ogni livello e genere di relazione e rapporto, politico e sociale.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra nel 1964 e un sistema multipartitico nel 1991, lo Zambia, con i suoi 12 milioni di abitanti, ha raggiunto nell’ultimo decennio grandi livelli di crescita economica. Secondo i dati ufficiali, confermati anche dalla Banca Mondiale, il tasso medio di crescita è stato del 5-6%, addirittura del 7.6% nel 2010. Trainata soprattutto dalla estrazione di rame, di cui è tra i maggiori esportatori mondiali, il documento Zambia Vision 2030, ha allargato anche al rinnovamento del settore agricolo e delle infrastrutture gli sforzi di politica economica. Anche il recente piano quinquennale di programmazione 2011-2016, dal titolo “Sostegno alla crescita economica e alla riduzione della povertà”, ha ulteriormente focalizzato la strategia a medio termine sulle infrastrutture e sul capitale umano. Per questo le parole di Sata sono state un forte e chiaro avvertimento a tutti gli investitori stranieri, e cinesi in particolare, che dovranno “dare salari più equi ed elevati ai lavoratori locali e valorizzare i zambiani nelle piccole attività, come i ristoranti, evitando di importare forza lavoro straniera a discapito di quella interna”. La Cina, infatti, ha investito molto in questo paese africano. Il paese africano, infatti, pur avendo raggiunto alti livelli di crescita, non ha visto una giusta ed equa redistribuzione della enorme ricchezza creata dalle multinazionali. Secondo un rapporto dell’agenzia della Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) la malaria causa ancora oggi 50 mila morti ogni anno (il 23% di tutte le mori del paese), la diarrea circa il 7%. Secondo un studio di una ong locale, riporta l’agenzia fides, solo il 58% degli abitanti dello Zambia ha accesso ai servizi igienici sanitari adeguati, mentre il 13% non dispone di nessun tipo di  toilette. Il governo ha provveduto a migliorare i sistemi idrici e sanitari nelle zone urbane, lasciando gli insediamenti urbani semiperiferici ad alta densità di popolazione, privi di spazi, con un terreno povero non adatto alla costruzione di latrine e con una precaria rete stradale che ha contribuito ad aggravare seriamente i problemi di drenaggio delle acque. Nonostante i progressi ottenuti il 59% della popolazione vive la linea di povertà, dei 2 dollari al giorno, e il 37% è estremamente povera. Anche il dramma dell’HIV/AIDS aggrava la situazione dei poveri, ed è ancora molto diffuso. Secondo il Consiglio Nazionale della lotta all’Aids, un adulto su tre è infetto e i dati del 2009 dicono che ogni giorno 200 adulti contraggono l’infezione. Le voci critiche non mancano, come quella del Jesuit Centre for Theological Reflection di Lusaka, che nel riconoscere questi progressi macroeconomici, ricorda però che “la crescita economica non si traduce automaticamente in sviluppo economico attraverso l'effetto trickledown”, la teoria secondo cui la ricchezza accumulata da pochi avrà effetti positivi anche sugli strati sociali meno abbienti aumentando il benessere sociale dell’intera collettività. “La teoria altamente pubblicizzata del trickledown - continua la nota - è più una forma di retorica politica che una realtà. Essa può produrre crescita economica, ma non sempre garantisce lo sviluppo economico. I cittadini dello Zambia hanno bisogno di vedere cose tangibili, come l'accesso ai servizi sanitari di qualità, all’acqua potabile, ad un alloggio e ad un lavoro dignitosi, di avvertire l'effetto della crescita e non di mere statistiche economiche”.
“La crescita economica della quale siamo così orgogliosi non deve farci perdere di vista l’obbiettivo dello sradicamento della povertà e della disuguaglianza nello Zambia” affermano i gesuiti. I religiosi criticano in particolare il modo con il quale viene ridistribuita la ricchezza prodotta: “un’economia in crescita che destina solo lo 0,2% del bilancio del 2011 ai fondi sociali per le persone più vulnerabili, che costituiscono la maggioranza della popolazione, e che permette solo al 36% della popolazione di vivere al di sopra della linea di povertà, non è una crescita della quale essere orgogliosi. Dopo aver messo l'economia sul sentiero della crescita, il Governo ha di fronte una sfida più grande: garantire che la crescita economica sia equamente condivisa”. L’Indice di Sviluppo Umano dell’ONU del 2010 ha mostrato chiaramente come le condizioni di vita si siano deteriorate in Zambia, e come il Paese sia uno dei tre Paesi che stanno peggio di come stavano nel 1970. Le sfide del neo presidente sono ancora tante, ma il sostegno della popolazione e delle maggiori istituzioni internazionali sono un buon auspicio.

domenica 24 luglio 2011

Africa guarda meno all'occidente e di più ai paesi emergenti

L'annuale report dell'Ocse sulla situazine e le prospettive dell'Africa, per il 2011, dipingono una prospettiva positiva per tanti paesi del continente nero, di crescita economica, soprattutto perchè i vari paesi, soprattutto quelli con materie prime e risorse naturali, stanno rivolgendo la loro attenzione e gli spazi di investimento aii paesi emergenti piuttosto che a quelli delle vecchie economcie coloniali. Più Bric che Usa e Europa.

Guarda il mio articolo apparso su http://www.ilgazzettino.it/ del 23 luglio a pagina 23, nella rubrica l'analisi.http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/EXTDEC/EXTDECPROSPECTS/GEPEXT/0,,contentMDK:22804791~pagePK:51087946~piPK:51087916~theSitePK:538110,00.html

mercoledì 6 luglio 2011

Benedetto XVI, la FAO, la fame e le donne

"La povertà, il sottosviluppo e quindi la fame sono spesso il risultato di atteggiamenti egoistici che partendo dal cuore dell’uomo si manifestano nel suo agire sociale, negli scambi economici, nelle condizioni di mercato, nel mancato accesso al cibo e si traducono nella negazione del diritto primario di ogni persona a nutrirsi e quindi ad essere libero dalla fame". Ecco il chiaro e forte appello di papa Benedetto XVI ai partecipanti alla 34 Assemlea generalee della FAO lo scorso 1 Luglio sulle reali cause antropologiche della fame e della povertà. Il cuore dell'uomo è il centro da cui si muove ogni scelta, asia incampo personale che sociale. Per questo occorre andare al cuore del problema e non accontentarsi solo di guardare alle cause prossime e alle sue conseguenze immediate e più evidente come dice lo stesso papa. Infatti "una completa riflessione impone di ricercare le cause di tale situazione non limitandosi ai livelli di produzione, alla crescente domanda di alimenti o alla volatilità dei prezzi: fattori che, sebbene importanti, rischiano di far leggere il dramma della fame in chiave esclusivamente tecnica".
La speculazione anche sui beni agricoli è una cosa da condannare sempre, anche perchè non permette un'adeguata politica di sviluppo soprattutto per i paesi poveri o in via di sviluppo: "come possiamo tacere il fatto che anche il cibo è diventato oggetto di speculazioni o è legato agli andamenti di un mercato finanziario che, privo di regole certe e povero di principi morali, appare ancorato al solo obiettivo del profitto?". Benedetto XVI diche chiaramente che "l’alimentazione è una condizione che tocca il fondamentale diritto alla vita". Non si può sfuggire a questo appello! "Garantirla - continua il papa - significa anche agire direttamente e senza indugio su quei fattori che nel settore agricolo gravano in modo negativo sulla capacità di lavorazione, sui meccanismi della distribuzione e sul mercato internazionale. E questo, pur in presenza di una produzione alimentare globale che, secondo la FAO e autorevoli esperti, è in grado di sfamare la popolazione mondiale".
Serve un nuovo modello di sviluppo e un cambio di strategia.
La stessa FAO, recentemente, aveva ancehe presentato un ulteriore dato sullo squilibrio del settore agricolo soprattutto nei paesi poveri, colpiti anche da una disparità di genere.
Innfatti, si legge nel rapporto Le donne in agricoltura, rapporto 2010-11, dice che "anche in agriciltura le donne non hanno eguale accesso alle risorse, sono sotto impiegate o mal pagate, operano in fattorie troppo piccole, hanno meno accesso al credito, spesso ipigate solo part-time o in lavori stagionali senza continuità".
Nonostante le donne occupino il 43% della forza lavoro in agricoltura a livello mondiale, toccando però il oltre il 50% nei paesi dell'Africa sub-sahariana e nel sud-est asiatico, non sono valorizzate e coonsiderate alla pari degli uomini. Dice lo studio della FAO che se le donne avessero parità di genere, la produzione potrebbe salire anche del 20-30%, contribuendo con un +2.5-4% al Pil dei paesi in via di sviluppo e riducendo del 12-17% il numero delle persone sotto la soglia della povertà.